Ott 072014
 

E’ alquanto difficile dare una definizione precisa della nozione di liquidità. Nel seguito cerchiamo di definirne i contorni, di mettere in relazione il rischio liquidità con altri rischi e di fare il punto su quanto prescrive la regolazione.

1. La nozione di liquidità

Ad oggi non esiste una definizione universalmente accettata di liquidità. Citando Williamson [1], possiamo affermare che la liquidità ha a che vedere con flussi di denaro scambiati tra gli agenti del sistema finanziario, tra i quali abbiamo: banche centrali, banche commerciali, investment banks, fondi di investimento, etc. La liquidità è legata alla redditività dell’operatività dell’intermediario finanziario, nel caso dell’attività bancaria tale legame deriva dalle sue due principali funzioni:

  • la funzione monetaria, esercitata tramite la trasformazione delle passività in moneta, che viene messa a disposizione del pubblico;
  • la funzione creditizia, che consiste nel trasferimento di risorse dalle unità che si trovano in una situazione di surplus di liquidità a quelle che si trovano in una situazione di deficit, favorendo così il processo di allocazione del risparmio e lo sviluppo economico. Questa funzione si concretizza nella raccolta di denaro attraverso depositi (per lo più a breve termine) che viene impiegata per il finanziamento di fabbisogni finanziari a medio o lungo termine che risultano in genere essere più redditizi rispetto a forme di impiego più a breve termine.

Ciò conduce ad un inevitabile trade-off tra rischio di liquidità e redditività. Tanto più liquide/a breve termine sono le attività della banca, tanto minore sarà il loro rendimento. Detenere un’eccessiva liquidità al fine di minimizzare il rischio di non poter fronteggiare le uscite può essere molto costoso, sia per la redditività della banca che per l’economia nel suo complesso.

Alla nozione di liquidità sono associati due tipi di rischio: il market liquidity risk, che è rappresentato dalla perdita in cui incorre un agente che scambia o converte in denaro un titolo a condizioni che non corrispondono a quelle che si avrebbero in condizioni di normalità, e il funding liquidity risk che rappresenta invece il rischio di non avere accesso a sufficienti finanziamenti per poter rispettare gli impegni finanziari.

2. Rischio di liquidità ed altri rischi finanziari

Matz e Neu in [2] definiscono il rischio di liquidità come “rischio consequenziale” per sottolinearne la sua caratteristica di essere connesso a situazioni avverse imputabili ad altri rischi finanziari.

Tra questi, alcuni fanno parte dei cosiddetti “rischi di Primo Pilastro” per i quali il Comitato di Basilea ha predisposto adeguati requisiti patrimoniali. Il rischio di liquidità può essere infatti influenzato in primo luogo dal rischio di credito: eventuali insolvenze di market player potrebbero condurre alla diminuzione dei flussi di denaro attesi mentre una riduzione del rating di un emittente potrebbe influire negativamente sulla sua capacità di raccolta sul mercato. Anche il rischio di mercato, producendo variazioni nel valore di titoli “collateralizzabili” e nel valore di smobilizzo degli asset in portafoglio, può essere fonte di rischio in un’ottica di gestione della liquidità. Anche la presenza in portafoglio di titoli derivati potrebbe impattare sulla liquidità qualora l’andamento del sottostante richiedesse ad esempio un aumento dei margini di garanzia. Significativi deflussi di cassa potrebbero infine provenire dal rischio operativo a causa dell’inadeguatezza dei processi interni di misurazione e gestione della liquidità.

Tra i “rischi di Secondo Pilastro” collegati al rischio di liquidità troviamo invece il rischio di tasso d’interesse del banking book, con il mismatching delle scadenze tra attivo e passivo, il rischio di controparte e quello di cartolarizzazione, che possono richiedere un improvviso impiego di liquidità. Ancora, il rischio reputazionale (abbassamento del rating), quello strategico e quello di concentrazione (esposizione verso un numero limitato di controparti) possono giocare un ruolo fondamentale nella generazione di una crisi di liquidità.

D’altro canto, il rischio di liquidità può influenzare altri tipi di rischi, come è avvenuto nella recente crisi finanziaria. La carenza di liquidità ha inciso sia sul rischio di mercato che su quello di credito: la richiesta di aumento delle risorse liquide ha portato ad una diminuzione dei prezzi di alcune attività finanziarie. Persistenti difficoltà nella gestione del rischio di liquidità possono inoltre ripercuotersi in maniera negativa anche sulla reputazione dell’istituto finanziario.

3. Gestione del rischio di liquidità

Secondo la Circolare n° 263 di Banca d’Italia [3], coerentemente con quanto richiesto dagli accordi internazionali di Basilea III ([4] e [5]), il punto di partenza per il processo di valutazione del rischio di liquidità da parte di una banca deve essere la ricognizione dei flussi e deflussi di cassa attesi – e dei conseguenti sbilanci o eccedenze – nelle diverse fasce di scadenza che compongono la maturity ladder. La granularità delle scadenze prese in considerazione è un elemento essenziale per la stima dell’esposizione al rischio di liquidità. Con riferimento alla liquidità a breve, la banca deve adottare tutte le misure che consentono di stimare i fabbisogni di liquidità in un orizzonte di riferimento minimo di un mese. Relativamente invece alle scadenze più lunghe, la banca deve identificare e misurare il rischio con riferimento ad un numero di scadenze almeno pari a quelle utilizzate per la misurazione del rischio di tasso di interesse.

Il processo di valutazione, da condurre nella fase di primo impianto e successivamente in presenza di significativi cambiamenti nelle ipotesi di costruzione, deve comprendere:

  • la revisione dei principi, del processo di sviluppo delle metodologie e degli algoritmi utilizzati per la misurazione del rischio di liquidità;
  • l’analisi dei risultati anche attraverso l’utilizzo di tecniche di validazione retrospettiva (c.d. backtesting) ed il ricorso ad analisi di sensitività e stress test che dimostrino la tenuta delle ipotesi sottostanti in un periodo che incorpori almeno una situazione di crisi;
  • la verifica della coerenza delle metodologie utilizzate per la stima dell’esposizione al rischio di liquidità con il modello di business della banca.

Accanto alla ricognizione dei flussi e deflussi di cassa attesi, è necessario che le banche calcolino indicatori in grado di evidenziare tempestivamente l’insorgenza di vulnerabilità nella posizione di liquidità (indicatori di early warning), come il Liquidity Coverage Ratio e il Net Stable Funding Ratio, rapporti che debbono essere superiori ad una soglia minima così come previsto dal Comitato di Basilea [6].

Le banche devono stimare l’impatto in termini di surplus/sbilanci di liquidità in ciascuna fascia di scadenze attraverso analisi di scenario, la messa in atto di stress test atti a valutare gli effetti di eventi negativi sull’esposizione al rischio e sull’adeguatezza delle riserve di liquidità sotto il profilo quantitativo e qualitativo. Uno degli aspetti critici da considerare è rappresentato dall’identificazione di appropriati fattori di rischio al fine di assicurare l’adeguatezza dell’intero processo di stress testing. La selezione dei fattori di rischio rilevanti deve essere connessa con l’identificazione dei punti di vulnerabilità che possono minare la liquidità della banca e può essere effettuata con riferimento a ciascun prodotto, divisa o controparte.

Nel caso di gruppi bancari, si richiede che le prove di stress siano effettuate sia su base globale che individuale. Nell’ambito di gruppi caratterizzati da una gestione accentrata del rischio di liquidità, è consentito lo svolgimento di prove di stress solo a livello accentrato sotto alcune condizioni: che ciò sia coerente con il modello organizzativo e gestionale adottato, che siano colte in maniera adeguata le specificità del profilo di rischio di ciascun componente del gruppo (inclusa l’eventuale operatività all’estero), che sia consentito anche agli organi aziendali di tali componenti di conoscerne prontamente i risultati, e infine che si tenga conto, nell’esercizio di stress, di eventuali ostacoli al trasferimento della liquidità all’interno del gruppo.

Le banche sono inoltre tenute a predisporre un piano di emergenza (Contingency Funding Plan) per fronteggiare situazioni avverse nel reperimento di liquidità. Tale piano deve definire le strategie di intervento nell’ipotesi di tensioni sul fronte della di liquidità disponibile, prevedendo le procedure per il reperimento di fonti di finanziamento in caso di emergenza. In particolare, il piano deve contenere:

  • la catalogazione delle diverse tipologie di tensione sul fronte della liquidità per identificarne la natura (sistemica o idiosincratica);
  • l’individuazione delle competenze e delle responsabilità di organi e funzioni aziendali in situazioni di emergenza;
  • le stime di “back-up liquidity” al fine di determinare i fondi disponibili  in presenza di scenari avversi.

Nel caso dei gruppi bancari, il piano deve anche indicare i meccanismi d’interazione tra le diverse entità e gli interventi attivabili. In particolare esso deve prevedere le azioni da intraprendere in presenza di limitazioni alla circolazione dei fondi.

Bibliografia

[1] Lawrence Blume and Steven Durlauf. The new Palgrave dictionary of economics. Palgrave Macmillan, 2008.

[2] Leonard Matz and Peter Neu. Liquidity risk measurement and management: A practitioner’s guide to global best practices. John Wiley & Sons, 2006.

[3] Banca d’Italia (2012). Nuove disposizioni di vigilanza prudenziale per le banche.

[4] Basel Committee of Banking Supervision (2013).  The Liquidity Coverage Ratio and liquidity risk monitoring tools.

[5] Basel Committee of Banking Supervision (2014).  Basel III: the Net Stable Funding Ratio – consultative document.

[6] Ottolini, Ubaldi (2014). Il rischio di liquidità e Basilea III: LCR e NSFR.

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