Ott 212016
 

La difficoltà delle banche italiane nell’affrontare il problema dei crediti in stato di insolvenza è un tema oramai lungamente dibattuto. Le evidenze degli ultimi stress test, condotti sulle principali 51 banche europee e diffusi a fine luglio dall’EBA, certificano il ritardo con cui il dossier è stato affrontato. Tra le grandi banche europee quelle italiane sono evidenziano la più alta incidenza di crediti non performanti (NPL) verso le società non finanziarie (al netto dei fondi accantonati per coprire le potenziali perdite – grafico 1). Un possibile fattore di mitigazione è attribuibile alla presenza di garanzie reali su tali crediti. Mediamente sul 45% dell’ammontare delle sofferenze le grandi banche italiane vantano garanzie reali, un livello superiore alla media europea. Escutere tali garanzie non è però agevole per due fondamentali ragioni: la lentezza e la farraginosità della giustizia civile, in primo luogo. Il secondo vincolo è legato alla valutazione di questi collaterali: i beni reali e finanziari dati in garanzia spesso non sono aggiornati ai prezzi di mercato, come anche sottolineato da Alessandro Penati, gestore del fondo Atlante. Un capannone industriale, che prima della crisi avrebbe potuto avere un valore elevato, perché inserito in un florido contesto produttivo, oggi, qualora tutt’attorno vi fosse la desertificazione industriale, potrebbe valere poco o addirittura nulla.

Il quadro fin qui dipinto diventa ancor più fosco se si prende in considerazione un altro parametro fondamentale per valutare lo stato di salute di una banca, ovvero il capitale. Le banche italiane mostrano infatti incidenze dei crediti non performanti sul capitale tra i più alti di Europa (grafico 2). Se il problema per Monte dei Paschi di Siena ha assunto una valenza patologica, con i crediti in stato di insolvenza che viaggiano verso un rapporto di 3 a 1 rispetto al capitale disponibile alla fine del 2015, anche per Banco Popolare e UBI si osservano forti criticità. Perfino i due campioni nazionali, ovvero Unicredit e Intesa-SanPaolo, mostrano una fotografia tutt’altro che rosea: il rapporto tra crediti dubbi e capitale è infatti doppio rispetto alla media europea. In definitiva, tra i 51 istituti considerati dall’EBA le 5 banche italiane esaminate occupano le primissime posizioni nella non invidiabile classifica sull’eccessivo peso dei crediti non performanti. Alla luce di questi dati non stupisce quindi che il sistema bancario italiano sia tra gli osservati speciali in Europa.

Per cercare di affrontare il problema diversi strumenti sono stati messi in campo. Tra gli strumenti di mercato si possono citare le cartolarizzazioni, maggiormente utilizzate soprattutto dopo l’avvio dell’Unione Bancaria Europea (Milani, 2016). Sul fronte degli interventi governativi è stata lanciata la garanzia sulle cartolarizzazioni delle sofferenze, o GACS (Barucci e Milani, 2016a) e sono state introdotte alcune innovazioni volte a migliorare l’efficienza della giustizia civile. Tra gli interventi a cavallo tra il mercato e l’azione della mano pubblica vi è infine il Fondo Atlante (Barucci e Milani, 2016b). Nessuno di questi interventi si può però ritenere risolutivo del problema (per una discussione al riguardo si veda CER, 2016).

Per affrontare la questione dei crediti non performanti bisognerebbe prendere spunto dalla Spagna, paese per dimensione macroeconomica e finanziaria simile all’Italia. Le banche spagnole hanno dovuto affrontare un contesto per certi versi peggiore di quello italiano. Ad una caduta del Pil, nella fase più critica della crisi (2009-13) equiparabile a quella dell’Italia, si è infatti sommato in Spagna anche lo scoppio della bolla immobiliare, evento tra i più traumatici che un sistema bancario possa attraversare. Nonostante ciò, ad oggi l’incidenza delle sofferenze verso imprese e famiglie è in Spagna ben più bassa di quella italiana.

Due sono le principali ragioni che possono giustificare questa performance, che spiega, tra l’altro, anche i buoni risultati in termini di crescita del Pil degli ultimi anni. In primo luogo la concretezza e la tempestività del Governo Rajoy che nel corso del 2012 ha avviato, senza esitazioni, la costituzione della bad bank nazionale (Milani, 2013). Tale decisione ha inciso solo indirettamente sulle casse pubbliche perché è stata finanziata dal fondo salva Stati ESFS/ESM. Scarse sono state anche le conseguenze in termini di politiche di austerity imposte dalla Troika, tant’è che ad oggi la Spagna continua ad avere un deficit/Pil ben al di sopra della soglia del 3 per cento. Il Governo Monti e l’industria bancaria italiana hanno mancato l’occasione di chiedere anche per il nostro paese l’applicazione dello stesso strumento, confidando sulla maggiore resilienza degli istituti italiani rispetto a quelli spagnoli. Con il senno di poi tale valutazione è stata nefasta e a pagarne le conseguenze sono state, in prima battuta, le piccole e medie imprese italiane che hanno dovuto fronteggiare negli anni passati una pesante restrizione creditizia. Il peso, via via, si è spostato anche su azionisti e obbligazionisti bancari, come il recente default di quattro istituti italiani ha dimostrato.

Altro fattore chiave del successo delle banche spagnole nell’affrontare la questione delle sofferenze è stato l’approccio verso i debitori in difficoltà. I banchieri hanno infatti compreso che con un mercato immobiliare depresso cercare di escutere le garanzie reali non avrebbe permesso di recuperare molto del credito erogato. Inoltre, determinare il fallimento e/o l’esecuzione immobiliare di un’ampia fetta di imprese e famiglie non avrebbe di certo favorito la ripresa economica. Gli istituti di credito iberici hanno quindi puntato a ristrutturare una quota rilevante dei finanziamenti con un qualche grado di insolvenza, valutando in primo luogo la capacità del debitore di far fronte agli impegni presi in passato grazie a una modifica delle condizioni originarie del finanziamento (ad esempio allungando le scadenze o rivedendo il tasso d’interesse contrattuale). Secondo i dati più recenti, relativi a fine 2015, in Spagna la somma dei crediti non performanti e di quelli ristrutturati (forborne credit) ammonta a circa 215 miliardi di euro, di cui oltre 150 miliardi (70 per cento) sono quelli in cui la banca è venuta incontro al debitore rivendendo le condizioni contrattuali (Banca di Spagna, 2016).

In Italia, invece, a fronte di 350 miliardi di euro di crediti deteriorati solo 17 miliardi sono relativi a crediti ristrutturati, oltretutto concentrati quasi prevalentemente sulle grandi imprese, ovvero il 5 per cento.  Se le banche italiane puntassero di più sulla ristrutturazione dei crediti, riconvertendo eventualmente parte del personale in eccesso a questa attività, i benefici sia per l’industria bancaria che per l’intera economia sarebbero rilevanti.

Bibliografia

Banca di Spagna, 2016, Financial Stability Report 05/2016.

Barucci, E., Milani, C., 2016a, GACS: solo un piccolo passo verso la pulizia dei bilanci bancari, FinRiskAlert.it

Barucci, E., Milani, C., 2016b, Il problema delle banche italiane: “too little, too late”, FinRiskAlert.it.

CER, 2016, Rapporto Banche 1/2016.

Milani C., 2013, Bad Bank, un bell’esempio, LaVoce.info.

Ott 212016
 

Il Comitato di Basilea sulla Vigilanza Bancaria ha pubblicato un nuovo report sull’adozione del quadro regolamentare di Basilea III da parte delle giurisdizioni membri aggiornata alla fine di settembre 2016. Il documento evidenzia i seguenti punti chiave:

– Tutte le 27 giurisdizioni hanno attivato la versione finale della normativa in tema di risk-based capital, LCR e riserve di conservazione del capitale;

– 26 giurisdizioni membri hanno emanato le disposizioni riguardanti le riserve di capitale anticicliche;

– 25 giurisdizioni hanno emanato in via definitiva (o preliminare) il quadro normativo per le banche di rilevanza sistemica domestica;

– 18 giurisdizioni hanno emanato in via definitiva (o preliminare) le disposizioni in tema di requisiti di margine per i derivati non compensati centralmente.

Inoltre, tutte le giurisdizioni domestiche delle banche di rilevanza sistemica globale si sono dotate della versione finale del quadro normativo apposito (Global SIBs framework). Il lavoro delle giurisdizioni membri è ora volto all’implementazione degli altri aspetti della normativa, quali le disposizioni in materia di Leverage Ratio e NSFR (Net Stable Funding Ratio). Si segnalano, però, delle criticità – segnalate da diverse giurisdizioni – nel rispettare le scadenze previste per l’implementazione di alcune normative. Tra queste si segnalano, il nuovo quadro di riferimento di Terzo Pilastro (entro la fine del 2016), approccio standard per la misurazione del rischio di credito di controparte, requisiti patrimoniali in tema di controparti centrali e investimenti partecipativi in fondi (previste per gennaio 2017).

Comunicato stampa
Report n. 11 sull’implementazione della disciplina di Basilea 3

Ott 212016
 

L’Autorità Bancaria Europea (EBA) ha risposto in data 20 ottobre 2016 alla richiesta della Commissione Europea di fornire un parere tecnico sui criteri di individuazione della classe di imprese di investimento a cui si applica il regime prudenziale previsto dalla Direttiva CRD IV (Capital Requirements Directive) e dal Regolamento CRR (Capital Requirements Regulation).
In generale, l’EBA ritiene che la disciplina prudenziale debba trovare piena applicazione solo per le imprese di investimento attualmente identificate come OSII (Other Systemically Important Institutions).  Ciò è in linea con le precedenti raccomandazioni fornite dall’Autotità, in base alle quali i seguenti criteri dovrebbero essere considerati per l’identificazione del perimetro di entità soggette alla disciplina CRR\CRD IV: (i) importanza sistemica, (ii) interconnessione con il sistema finanziario, (iii) complessità e (iv) attività di tipo “bank-like”.

Comunicato stampa
Parere EBA applicazione disciplina CRR\CRD IV

Ott 212016
 

L’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA) ha pubblicato due documenti riguardanti le linee guida in materia di pratiche di remunerazione ai sensi delle discipline UCITS (UCITS Remuneration Guidelines) e AIFMD (AIFMD Remuneration Guidelines). Tali linee guida si applicheranno a partire dal 1 gennaio 2017 e verranno tradotte nelle 23 lingue ufficiali dell’Unione Europea.
Lo scopo delle UCITS Remuneration Guidelines è quello di garantire un’applicazione coerente del quadro normativo UCITS e di fornire (i) assistenza sulla gestione della remunerazione, (ii) requisiti di allineamento del rischio, e (iii) trasparenza. Le AIFMD Remuneration Guidelines sono invece volte a sopperire alla potenziale inadeguatezza delle disposizioni CRD (Capital Requirements Directive) in tema di remunerazione all’interno di un gruppo bancario.

Comunicato stampa
UCITS Remuneration Guidelines
AIFMD Remuneration Guidelines

Ott 212016
 

Il Comitato di Basilea ha pubblicato la versione finale della disposizione sul trattamento regolamentare della detenzione da parte delle banche dei cosiddetti strumenti con capacità di assorbimento totale delle perdite (TLAC). La norma mira a limitare il contagio all’interno del sistema finanziario, nel caso risoluzione di banca di rilevanza sistemica globale (G-SIB) dovesse.
La norma finale riflette le modifiche apportate in seguito a consultazione pubblica e introduce i seguenti elementi chiave:

– La detenzione di strumenti TLAC, e di strumenti di pari grado rispetto a forme subordinate di TLAC, non ancora inclusi nel capitale regolamentare dovrà essere dedotta dal capitale Tier 2;

– La deduzione è soggetta alle soglie che si applicano alla detenzione di capitale regolamentare e ad una soglia addizionale del 5% in caso di capitale TLAC non regolamentare;

– Affinché si applichi la soglia addizionale del 5%, gli strumenti TLAC dovranno soddisfare alcune condizioni aggiuntive, come ad esempio, essere incluse nel trading book.

La norma entrerà in vigore contemporaneamente ai requisiti minimi di TLCA per ciascuna banca G-SIB (in molti casi, ciò avverrà il 1 gennaio 2019).

Comunicato stampa  
Disposizione sul trattamento delle detenzioni di capitale TLAC 

Ott 212016
 

L’ESMA e la Fondazione IFRS hanno pubblicato una serie aggiornata di procedure grazie alle quali le due organizzazioni potranno rafforzare la propria cooperazione per sostenere lo sviluppo dei principi contabili IFRS e la loro costante attuazione e applicazione nell’Unione Europea. Tali procedure si basano sulla collaborazione pluriannuale tra le due organizzazioni e riflettono il lavoro svolto a sostegno degli investitori e dell’efficiente gestione dei mercati di capitali.

Comunicato stampa
Protocollo di intesa ESMA-Fondazione IFRS 

Ott 212016
 

L’EBA ha pubblicato un promemoria riguardante le principali scadenze per la presentazione dei dati per l’esercizio di benchmarking degli approcci interni che si svolgerà il prossimo anno. In particolare, l’esercizio di benchmarking 2017 avrà ad oggetto il rischio di mercato e di credito per i cosiddetti low default portfolios (costituiti da esposizioni nei confronti di società di grandi dimensioni, Stati sovrani e istituzioni finanziarie). Le banche europee che utilizzano gli approcci interni per il calcolo dei requisiti patrimoniali, infatti, saranno oggetto di valutazione e dovranno comunicare alle Autorità competenti le informazioni necessarie rispettando la tempistica individuata dall’EBA.

Comunicato stampa

Ott 212016
 

L’Autorità Bancaria Europea (EBA) ha pubblicato il programma di lavoro relativo all’anno 2017, in cui descrive sia le attività che i compiti delineati per il prossimo anno. Tra le tematiche principali che saranno affrontate dall’Autorità nel 2017, vi sono:

– liquidità e leverage ratio;

– rischio di credito;

– pianificazione delle attività di recovery e di intervento preventivo;

– promozione della convergenza regolamentare e miglioramento del quadro normative per la protezione dei consumatori e il monitoraggio dell’innovazione finanziaria.

Contestualmente, l’EBA ha rilasciato un programma di lavoro pluriennale che evidenza le aree strategiche di lavoro e i risultati attesi nel periodo 2017-2020. In particolare, l’Autorità individua i seguenti campi di azione per i prossimi anni:

– mantenere un ruolo centrale nello sviluppo e mantenimento del Single Rulebook bancario europeo;

– promuovere la gestione efficace e coordinate delle crisi delle istituzioni finanziarie all’interno dell’UE;

– promuovere la convergenza e il perfezionamento delle politiche di vigilanza;

– tutelare i consumatori e monitorare le innovazioni in campo finanziario e contribuire alla semplificazione del Sistema dei pagamenti retail in Europa.

Comunicato stampa
Programma di lavoro EBA 2017

Ott 132016
 

Il Rapporto Consob sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, pubblicato lo scorso settembre, come di consueto rileva molteplici aspetti che concorrono a definire la qualità delle scelte finanziarie: il livello di conoscenze, le attitudini comportamentali, gli stili decisionali e il ricorso alla domanda di consulenza. Il Rapporto dedica un approfondimento anche a fenomeni emergenti quali il crowdfunding e il robo advice, che nel contesto domestico trovano una domanda potenziale ancora contenuta anche a causa di una ridotta propensione a investire via Internet.

La scarsa alfabetizzazione finanziaria …

Le conoscenze finanziarie delle famiglie italiane, in linea con altre rilevazioni domestiche e internazionali, rimangono insufficienti. Solo poco più del 40% degli intervistati è in grado di definire correttamente alcune nozioni di base, quali inflazione e rapporto fra rischio e rendimento; concetti più sofisticati riguardanti le caratteristiche dei prodotti più diffusi registrano percentuali anche inferiori (fino all’11%; Figura 1). Più del 20% degli intervistati dichiara di non avere familiarità con alcuno strumento finanziario (il dato scende all’8% per il sotto-campione degli investitori), mentre il restante 80% indica più frequentemente i titoli del debito pubblico e le obbligazioni bancarie, seguiti da azioni quotate e fondi azionari (Figura 2). A queste carenze si associano lacune che attengono al processo decisionale in sé. Gran parte degli investitori, infatti, non ha piena consapevolezza dei fattori da ponderare prima di investire (orizzonte temporale, obiettivi, aspettative di guadagno e capacità economica di assumere rischi; Figura 3), né dell’importanza dello scambio informativo con il professionista ai fini della profilatura del cliente e della valutazione dell’adeguatezza degli strumenti finanziari raccomandati (Figura 4).

 

 

… e le competenze digitali ancora contenute …

Secondo i dati ISTAT (2015), alla fine dello scorso anno solo il 30% degli utenti di Internet (corrispondenti al 65% circa della popolazione italiana) mostra di avere una cultura digitale elevata; di questi la maggior parte si concentra nella fascia d’età al di sotto dei 35 anni (Figura 5). Con particolare riferimento all’uso di Internet nell’ambito delle decisioni di investimento, la quota di famiglie che fa ricorso al web per reperire dati e notizie utili a compiere e a monitorare le scelte finanziarie, sebbene in crescita, supera di poco il 12% (Figura 6).

… condizionano l’attitudine delle famiglie italiane verso il contesto di riferimento e le dinamiche strutturali in atto

La scarsa alfabetizzazione finanziaria e digitale dell’italiano medio condizionano sensibilmente la comprensione dell’evoluzione del contesto di riferimento. Il Report Consob 2016, in particolare, ha indagato l’attitudine degli italiani verso le obbligazioni governative con rendimenti negativi e verso modalità innovative di investimento, quali la consulenza finanziaria automatizzata (cosiddetto robo-advice) e il crowdfunding.

Il 40% degli intervistati non è in grado di esprimere un’opinione sui titoli di Stato dell’Eurozona connotati da rendimenti negativi ovvero (nel 38% dei casi) li considera troppo rischiosi; soltanto il 23% del campione è in grado di comprendere il fenomeno ponendolo in relazione con il trade-off rischio-rendimento (Figura 7). Ancora una volta, il dato conferma la difficoltà che accomuna la maggior parte dei risparmiatori a valutare correttamente la relazione tra rendimento atteso e rischio di uno strumento finanziario. Difficoltà che nell’attuale contesto di tassi negativi può stimolare un’inconsapevole quanto pericolosa attitudine al search for yield.

Sono altresì poco noti fenomeni come la consulenza automatizzata o il crowdfunding, visto che, rispettivamente, solo l’87% e il 74% dichiarano di averne almeno sentito parlare. La propensione verso queste modalità di investimento è comunque bassa, poiché la maggioranza degli intervistati non è bendisposta a causa del timore di truffe online (rispettivamente 66% e 58%; Figure 8 e 9).

La consulenza resa nel miglior interesse del cliente potrebbe migliorare la qualità delle scelte degli investitori, che tuttavia faticano a distinguerla da altri servizi di investimento e ad apprezzarne il valore aggiunto rispetto al fai-da-te o all’informal advice.

Circa il 60% circa degli intervistati non conosce nessuno dei servizi di investimento previsti dalla normativa vigente, mentre la percentuale di coloro che dichiarano di avere familiarità con i servizi di investimento oscilla tra il 7% (per il servizio di ricevimento e trasmissione di ordini) e il 30% (servizio di gestione di portafoglio; Figura 10). In linea con questa evidenza, la maggior parte degli intervistati (più dell’80% dei non investitori e il 50% degli investitori) non è in grado di identificare nella consulenza e nella gestione di portafoglio i servizi che garantiscono il più alto livello di tutela per effetto dell’obbligo della valutazione di adeguatezza.

Tra gli investitori, solo il 28% riferisce di avvalersi di consulenza MiFID (ossia di raccomandazioni personalizzate e riferite a uno specifico strumento finanziario). Il servizio è erogato da un professionista che nella metà dei casi è stato scelto seguendo le indicazioni dell’istituto di credito di riferimento e in un quinto dei casi dopo aver valutato più di un’alternativa tra quelle disponibili sul mercato (Figura 11). La consulenza MiFID viene fornita prevalentemente su iniziativa dell’esperto e solo nel 7% dei casi su impulso dell’investitore; un terzo degli intervistati inoltre non sa individuare chi sia il soggetto ‘proponente’ (Figura 12). Alla luce di queste evidenze, non stupisce che gli investitori fatichino a riconoscere il valore aggiunto della consulenza rispetto al fai-da-te e al cosiddetto informal advice (il consiglio di famigliari e conoscenti) e che, di conseguenza, solo il 25% degli intervistati dichiari una disponibilità (contenuta) a pagare per il servizio. La domanda di consulenza, peraltro, si associa negativamente al livello di conoscenze finanziarie, così che a restare esclusi dal servizio sono proprio gli individui che potenzialmente beneficerebbero più degli altri dei consigli di un esperto.

Il ricorso alla consulenza viene scoraggiato, inoltre, dalla dimensione ridotta degli investimenti (34%), dalla consuetudine a investire in prodotti considerati molto semplici (28%) e dalla mancanza di fiducia negli intermediari (22%; Figura 13). Tra i fattori che, in particolare, potrebbero elevare la fiducia riposta nel professionista, gli investitori indicano il suo impegno a guidare i clienti nella comprensione dei rischi e nel monitoraggio degli investimenti (35% circa) nonché l’indipendenza (quasi il 25%) e la certificazione delle competenze (15%). Infine, circa il 15% degli investitori definisce la fiducia come una percezione soggettiva, alimentata dall’istinto piuttosto che da specifiche caratteristiche o abilità del consulente; tale percezione è più diffusa tra i non investitori (21%), che nella metà dei casi non sono comunque in grado di indicare alcun elemento che possa accrescere la propensione ad affidarsi a un esperto.


Note:

– Il presente intervento riprende i temi sviluppati nel Report 2016 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane della Consob. Le opinioni espresse sono personali e non impegnano in alcun modo l’Istituzione di appartenenza.

– Il Report fa riferimento ai dati derivanti dall’Indagine Multifinanziaria Retail Market e dall’Osservatorio su ‘L’approccio alla finanza e agli investimenti delle famiglie italiane‘ (GfK Eurisko). Multifinanziaria Retail Market: campione di circa 2.500 famiglie. Osservatorio su ‘L’approccio alla finanza e agli investimenti delle famiglie italiane‘: 1.000 famiglie. In entrambi i casi il decisore finanziario (di età compresa fra 18 e 74 anni) è il percettore di reddito più elevato in famiglia.

Ott 132016
 

L’ESMA ha pubblicato il Work Programme 2017 che delinea le priorità e le aree di intervento identificate per il prossimo anno per il rafforzamento della tutela degli investitori e la promozione di della stabilità dei mercati finanziari. Le principali aree di interesse saranno:

– convergenza delle prassi di vigilanza sull’attuazione della MiFIDII / MiFIR;

– istituzione e gestione dei database previsti dalle diverse normative, con particolare attenzione alla qualità dai dati raccolti;

– implementazione della regolamentazione in materia di benchmark finanziari e altre iniziative rientranti nel perimetro dell’Unione Capital Markets;

– supervisione diretta delle agenzie di rating creditizio (CRA) e delle trade repositories.

 ESMA Work Programme 2017