Presentata una nuova lista di regole per la validazione nell’ambito degli ITS sulle segnalazioni di vigilanza.
Si è aperta una consultazione sui requisiti che devono essere posseduti dai report sulle informazioni finanziarie che le banche devono presentare alla BCE in qualità di supervisore bancario. Si prevede un’udienza pubblica il 13 novembre.
La consultazione terminerà il 4 dicembre c.a.
La Commissione europea ha adottato un regolamento delegato sulla notifica di importanti posizioni ‘corte’ sul debito sovrano. L’obiettivo è di garantire certezza giuridica al mercato sul metodo di calcolo delle posizioni per i soggetti giuridici di un gruppo che ha posizioni lunghe o corte in relazione ad un particolare emittente. Il regolamento entrerà in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea.
La Commissione Europea ha adottato una proposta del Consiglio volta a calcolare i contributi che le banche dovranno versare nel SRF. Il contributo sarà suddiviso in una parte fissa e una variabile in funzione del rischio posso dall’istituzione stessa.
La Circolare 263 della Banca d’Italia rappresenta la declinazione applicativa della disciplina di Basilea II. Pur abrogata in buona parte dal framework di Basilea III, ed in particolare dalla relativa Circolare 285, è ancora valida per talune parti, quali la disciplina dei conflitti di interesse verso i soggetti collegati, e addirittura entra in vigore il nel luglio 2014 con riferimento alla nuova disciplina del Sistema dei Controlli Interni, nota tra gli addetti ai lavori come il 15° Aggiornamento. Tra le innovazioni rilevanti il tema dei sistema informativo (capitolo 8), che per la prima volta assurge ad ambito normativo così esplicito nell’ambito della disciplina prudenziale sui rischi. Infatti sino ad ora la componente ICT era relegata come breve appendice per esempio nei requisiti qualitativi per la validazione dei modelli interni. L’obiettivo del capitolo 8 è dare un framework di riferimento per gli assetti organizzativi, la governance e la gestione del rischio ICT. Ma molti punti rimangono di difficile soluzione e implementazione concreta. Diamo qui una sintesi delle innovazioni normative e delle principali problematiche, rinviando ad altro articolo alcuni approfondimenti specialistici.
1. Il 15° Aggiornamento e Sistema Informativo. Elementi fondamentali
Per una generale revisione dell’impianto normativo di Banca d’Italia rispetto a Basilea II/III e sugli ambii di validità della circolare 263 si vedano le rassegne in [1] e [7]. In breve ricordiamo che il 15° aggiornamento ha introdotto i capitoli 7, 8 e 9, che riguardano espressamente:
- Il Sistema dei Controlli Interni (Capitolo7).
- Il Sistema Informativo (Capitolo 8).
- La Continuità Operativa (Capitolo 9).
Mentre la decorrenza (nominale) del capitolo 7 è fissata a luglio 2014, per la parte sui sistemi informativi viene dato alla banche tempo sino a febbraio 2015 per adeguarsi. Nel concreto, molte banche sono ancora impegnate nella calibrazione concreta del RAF (Risk Appetite Framework) richiesta nel capitolo 7, e le implementazioni afferenti i sistemi informativi, sia policy sia strumenti, sono ancora in fase di studio.
Venendo ora al tema del nostro contributo, la rilevanza del ruolo del Risk Mgt anche nelle attività di ICT è già stabilita nel capitolo 7, precisamente “(il Risk Mgt) definisce metriche comuni di valutazione dei rischi operativi coerenti con il RAF, coordinandosi con la funzione di conformità alle norme, con la funzione ICT e con la funzione di continuità operativa”.
Allo stesso modo è esplicitata la rilevanza degli ambiti ICT anche nei controlli di III livello affidati alla funzione di revisione interna (Audit): “verifica .. l’adeguatezza, l’affidabilità complessiva e la sicurezza del sistema informativo (ICT audit)”.
Passando ora al capitolo 8, esso riguarda come detto il governo end-to-end del sistema informativo, compresa la gestione del rischio. Da notare che sin dalla premesse è richiamata l’intersezione tra gestione del sistema informativo e temi di rischio operativo e di compliance.
E’ inoltre di interesse, sempre nel capitolo 8, analizzare la definizione data dal regulator sul rischio ICT.
“rischio informatico (o ICT)”: il rischio di incorrere in perdite economiche, di reputazione e di quote di mercato in relazione all’utilizzo di tecnologia dell’informazione e della comunicazione (Information and Communication Technology – ICT). Nella rappresentazione integrata dei rischi aziendali a fini prudenziali (ICAAP), tale tipologia di rischio è considerata, secondo gli specifici aspetti, tra i rischi operativi, reputazionali e strategici;
Come si nota, la definizione è molto ampia (e non poteva forse essere diversamente), non fa riferimento a fattispecie e tassonomie chiuse, ma si limita al richiamo sul contenuto tecnologico di tale ambito. Di nuovo, in modo esplicito, viene richiamata l’intersezione con rischi di altra natura, quali quelli operativi, reputazionali, strategici.
Quali sono dunque le aspettative e le richieste assegnate dalla normativa alle funzioni di controllo, Risk Mgt e Compliance? Lo troviamo declinato nella Sez.II par.6 del capitolo. Da notare l’uso forte dell’espressione “… sono chiaramente assegnate ..”.
In breve, alla funzione di Risk Mgt viene chiesta la misurazione complessiva del rischio informatico, il presidio delle ricorse ICT, il raccordo dei dati afferenti le perdite e la misura del rischio operativo sottostante. Alla funzione di Compliance la sorveglianza sulle norme attinenti (basti pensare alla recente e importante normativa sul tracciamento delle operazioni bancarie sui clienti) e sugli assetti organizzativi.
Ulteriori altre incombenze di assurance sono definite per la funzione di Audit.
2. Principali problematiche nell’ICT Risk
La declinazione effettiva dei principi sopra citati e la costruzione di un apparato di controllo/misura stano generando molte difficoltà nelle banche. Nei limiti di spazio dell’articolo, ci soffermiamo sulle questioni principali.
2.1 Perimetro, ambito, boundary risk
In un qualunque processo di controllo del rischio, il primo passo logico è l’identificazione dei rischi, o come si dice spesso nei contesti operativi, la sua perimetrazione.
Non debbono essere infatti dimenticate sorgenti di rischio o possibili eventi di rischio, come pure vanno evitati fenomeni dannosi di double counting rispetto ad altri rischi.
Alcuni punti chiave vanno rammentati:
- Il rischio ICT non determina nuovi requisiti patrimoniali (i cosiddetti building blocks) di I e tantomeno di II Pilastro. Sul I pilastro i rischi che determinano requisiti di fondi propri sono e rimangono il rischio di credito, di controparte, di mercato e operativo.
- Anzi, nelle definizioni dell’impianto normativo riportate nella sezione precedente, è chiaro come il rischio ICT, nella sua natura o nelle su manifestazioni, è una quota rilevante, meglio un vero e proprio fattore di rischio, fortemente correlato a rischi operativi, strategici, reputazionali.
Più nel dettaglio, ricordiamo che nelle tassonomie sui rischi operativi introdotte con la normativa di Basilea II, gli eventi di rischio sono divisi a vari livelli in Event Types. Questo per distinguere in modo intuitivo le diverse casistiche e facilitare una raccolta dei dati delle perdite e stima dei parametri omogenea.
Al primo livello gli event types sono sette, di questi la categoria 6 è rappresentata da “Interruzioni dell’operatività e disfunzioni dei sistemi”. Questa categoria è fortemente connessa, se non sovrapposta, con la tematica del rischio informatico. Ma anche gli event types 1 e 2, rispettivamente frodi interne e frodi esterne, possono essere determinate dalla debolezza di sistemi di sicurezza informatica.
Se ad alto livello tutto questo può sembrare chiaro, nella applicazione si riscontrano alcune difficoltà.
Indipendentemente dall’esistenza o meno di un capital requirement, e dalla necessità di un approccio integrato e olistico al risk mgt, le metriche, metodologie, i sistemi di reporting e di remediation debbono avere una ownership sufficientemente chiara e assegnata.
Su questo primo tipo di problema è cruciale il tema dei boundary risk, cioè della assegnazione di un rischio a una macro categoria o meno. Facciamo prima esempi sui rischi classici di I pilastro:
- Esempio 1. Una perdita su crediti successiva al default può essere determinata dal mancato presidio della garanzia, come la scadenza di un bond costituito come pegno e la sua trasformazione in liquidità non vincolata. Evidentemente tale perdita è generata da rischi di tipo operativo (processi organizzativi o informatici), ma potrebbe essere allocata nel rischio di credito come elemento peggiorativo contributore ai modelli di stima della LGD
- Esempio 2. In un portafoglio di derivati OTC,un processo non corretto di cattura dei prezzi di mercato o dei tassi di interesse può causare non solo valutazioni del mark to market imprecise, ma anche errori nei coefficienti di rischio, determinando attività di hedging sbagliate con le relative perdite. Di nuovo, l’evento si manifesta nel P&L dei book della finanza, ma ha radici operative. Anche in questo caso, la scelta più logica è che il Value at Risk calcolato nell’ambito del market risk incorpori queste casistiche.
La disciplina specifica su ICT risk, e la sua evidente forte compenetrazione con il rischio operativo, rende ancora più difficili le tematiche di allocazione del rischio, ruoli e responsabilità sopra esemplificati. Quali sono poi le competenze dominanti nell’ICT risk? Quelle di risk mgt, tipicamente quantitative, o quelle di dominio, in questo caso tecnologiche? Il risk mgt deve assorbire strutture con skills opportuni o definire solo un set di metodi e di reporting, lasciando presidi specializzati in altre funzioni quali la sicurezza informatica, il dipartimento sistemistico o di data quality? Come detto in premessa, lasciamo ad un secondo articolo approfondimenti e proposte in merito. Si veda l’ottima review in [8].
Il secondo problema pratico è la necessità di un inventario delle tipologie di rischio informatico, in quanto il semplice rimando alle “tecnologie” della circolare 263 non è sufficiente per identificazione e misura.
A tale proposito ricordiamo che nei primi anni di Basilea (I) i rischi operativi erano definiti per differenza rispetto a quelli di credito e mercato, e solo con Basilea II hanno avuto la loro catalogazione mediante event types e business lines.
Anche nel rischio ICT si dovrà probabilmente definire una tassonomia utile ad un approccio sufficientemente comparabile tra le banche. La parte finale del cap.8 fornisce una lista di classi di rischio e di azioni, ma senza una strutturazione finale.
Quali sono dunque le principali filiere in cui gestire e mappare il rischio informatico? Tra le molte, almeno le seguenti:
- La sicurezza logico-fisica, dai processi di autenticazione (identity management) alla protezione da accessi impropri dei server
- La profilazione degli utenti e dell’accesso ai dati
- La qualità della gestione dei dati e del software. In questo ambito concorrono temi molto vasti quali il data quality (metriche, presidi, key risk indicators) e le proprietà di auditability e trackability del software, cioè potere ripercorrere o riprodurre anche nel passato qualunque processo ICT
- Il change management, cioè la corretta separazione tra funzioni di sviluppo software e messa in produzione, con possibilità di ripristini e versioning degli asset software
- Incident management (informative agli utenti, escalation al top mgt, ecc.) e piani di remediation
Oggi tutte queste attività sono distribuite sia in senso operativo sia dei presidi di linea in dipartimenti anche molto numerosi, specie nelle grandi banche. Così come nel rischio operativo è ormai comune l’approccio per tassonomie, e nella funzione di Conformità si parla di legal inventory, anche nell’ICT risk è auspicabile in ogni banca la contestualizzazione degli ambiti, preliminare alla ottimizzazione di processi e responsabilità.
2.2 Metriche per ICT Risk
In passato, specie negli anni di passaggio da Basilea I a Basilea II, con la nascita normativa del rischio operativo e la costruzione dell’ICAAP, misure di rischio come il VaR hanno avuto notevole successo in quanto permettono di unificare secondo una unica grandezza, quella monetaria, le perdite possibili secondo una certa probabilità in un determinato orizzonte.
Infatti, se negli anni ’90 il termine VaR si riferiva tout court al rischio di mercato, sono poi invalsi nell’uso termini come CreditVaR e OpVaR a rappresentare metriche omogenee applicate agli altri rischi di I pilastro.
La comparabilità e “sommabilità” dei rischi diversi è un valore importante, a prescindere dal noto dibattito internazionale su VaR vs. Expected shortfall.
Nell’ambito dei rischi operativi cui appartiene ICT risk, le figure di rischio sono determinate a partire da parametri di frequenza di accadimento e severity dell’evento.
Su questo vi sono almeno due aspetti su cui le banche debbono indirizzarsi:
- Tutti i rischi che possono essere ricompresi nell’ICT risk possono avere quantificazione monetaria? O è meglio limitarsi ad un meno ambizioso ma più concreto piano di identificazione e assessment qualitativo, basato su mappatura, punteggi judgmental, definizione di presidi e rischio residuo?
- Se anche il primo nodo critico consentisse un approccio quantitativo, va valutato se arrivare sino alla fine del ciclo del processo di risk mgt, con metriche quali VaR o altre, o limitarsi a un set di KRI (key risk indicators), da includere in un sistema di reporting tempestivo per il management. Esempio (ambito sicurezza informatica): numero di accesi per ambito e finestra temporale ai database per modifica dati con strumenti di administrator (query) anziché mediante le applicazioni utente. Questo approccio, più vicino alla filiera ICT di produzione, consentirebbe diversi vantaggi, pur con la fragilità di una difficile o impossibile integrazione con gli altri rischi.
Su tutti questi problemi, come detto torneremo presto.
Riferimenti
[1] C. Brescia Morra e G. Mele (2014), “Le nuove fonti della vigilanza prudenziale”, https://www.finriskalert.it/?p=1000
[2] Banca d’Italia (2013), “La nuova Vigilanza Prudenziale per le Banche”, Circ.263 15^ Aggiornamento.
[3] Unione Europea (2013), “CRR – Capital Requirement Regulation”
[4] Banca d’Italia (2014), Nota di chiarimento del 6 giugno 2014 – Sistema dei controlli interni, sistema
informativo e continuità operativa.
[5] ABI (2014), Estratto dal documento “Riflessioni sul capitolo VII per la Gap Analysis”
[6] Banca d’Italia (2013), “Disposizioni di vigilanza per le banche”, Circ.285.
[7] M.Bonollo e N.Andreis (2014), “Il sistema dei Controlli Interni nella nuova Circolare 263. Sintesi e Aspetti Critici”. https://www.finriskalert.it/?p=1435
[8] M.I. Fheili (2011), “Information Technlogy at the forefront of Operation Risk: Banks are at a greater Risk”, The Journal of Operational Risk.
La rilevanza della dimensione rischio al fine di determinare l’adeguatezza patrimoniale delle banche è cresciuta significativamente negli ultimi anni. Dopo la crisi finanziaria del 2008-2009, l’attenzione delle autorità di vigilanza si è concentrata sulle attività ponderate per il rischio (RWA) e sulla loro affidabilità nel rappresentare in modo efficace i rischi detenuti in portafoglio dagli intermediari. Le divergenze nei metodi di calcolo messe in luce da ricerche comparative hanno contribuito ad accrescere la sfiducia verso tale misura intaccando la credibilità del capitale regolamentare così come definito dagli accordi di Basilea.
Analizzando la rischiosità dell’attivo bancario su un intervallo temporale che va dal 2005 al 2013 con riferimento ad un campione di banche europee e americane, è possibile ottenere una prospettiva globale circa l‘appetito al rischio degli intermediari. I dati evidenziano che mentre in Europa, a seguito della crisi finanziaria, la propensione ad assumere rischi è in netto calo, in America la dinamica va nella direzione opposta. Ad un processo di de-risking si contrappone quindi un ritorno a detenere attività ad alto rischio e alti rendimenti.
1. L’eterogeneità nella rischiosità dell’attivo bancario
La credibilità del paradigma di Basilea II è stata messa in discussione a seguito della crisi finanziaria del 2008-2009.
Prima della crisi finanziaria, il Comitato per la Regolamentazione Bancaria e le Procedure di Vigilanza richiedeva agli istituti finanziari di detenere un livello di patrimonio maggiore o uguale all’8% dell’attivo ponderato per il rischio di credito, operativo e di mercato, una misura riassunta nell’aggregato del Risk-Weighted Assets (RWA). Il denominatore del coefficiente di solvibilità attribuiva ad ogni attività in bilancio un peso per il rischio commisurato al merito di credito dell’emittente.
Lo schema regolamentare definiva tre tecniche di misurazione del rischio: il Metodo Standardizzato con cui le banche definivano i pesi per il rischio facendo affidamento ad agenzie di rating esterne; il sistema basato sui Modelli di Rating Interno che prevedeva l’uso di rating interni secondo un approccio Fondamentale o Avanzato.
Mentre il valore aggiunto del metodo standard risiedeva nella più dettagliata classificazione delle attività per esposizione al rischio rispetto a quanto definito negli Accordi di Basilea I, con i modelli di rating interno il Comitato assegnava più flessibilità agli istituti di credito. Le autorità di vigilanza ritenevano infatti che il calcolo della rischiosità dell’attivo bancario potesse essere derivato con maggiore precisione da parte delle banche in quanto esse erano in possesso di maggiori informazioni sulla composizione del loro portafoglio rispetto a soggetti terzi.
L’utilizzo di diverse tecniche di misurazione del rischio ha prodotto una forte variabilità nella stima del RWA, ciò ha portato molti a non avere fiducia non solo sui fattori di ponderazione ma sulla regolamentazione nel suo complesso.
Dopo la crisi finanziaria, mentre il Comitato di Basilea ha iniziato a rivisitare il quadro regolamentare, ricercatori e partecipanti al mercato hanno iniziato a porsi degli interrogativi sul ruolo delle RWA. L’evidenza di una forte variabilità nei modelli per la valutazione dei rischi è stata fornita in alcuni lavori pubblicati tra il 2012 e il 2013, lavori che hanno svolto un’analisi comparativa dei livelli di rischio di banche locate in diversi paesi o operanti con diversi modelli di business (si veda [3], [4], [5] e [7]). La misura analizzata è l’indice di densità al rischio – in seguito indicato come RWA/TA. Tale indice è definito come il rapporto tra attivo ponderato per il rischio e attivo totale.
2. Confronto tra banche Europee e Americane
Seguendo gli studi sopra citati, abbiamo analizzato la distribuzione dell’indice di densità al rischio su un campione di 201 banche Europee (UE a 28 Stati) e Americane (Nord, Centro e Sud) negli anni che vanno dal 2005 al 2013. Le banche sono quotate, con un attivo totale superiore a US$1bn e con almeno 6 osservazioni disponibili per la serie storica del RWA. La fonte di dati è Bureau van Dijk’s Bankscope. Come si vede in figura, la tendenza per il valore medio del rapporto densità al rischio conferma quanto ottenuto in [7].
Figura 1. Media (anno per anno) dell’indice di densità al rischio
Mentre per le banche americane il livello di densità al rischio è pressoché costante, per le banche europee la tendenza è alla diminuzione.
Una possibile spiegazione di questa dinamica è da ricercare nel diverso approccio dei paesi dei due continenti circa l’implementazione dei requisiti dell’accordo di Basilea. Se in America nell’intervallo di tempo considerato nell’analisi la maggior parte degli istituti era ancora soggetta agli Accordi di Basilea I, in Europa si era già passati ad adottare Basilea II (già nel primo dei “Progress Report” del 2011 il Comitato affermava una completa adozione di Basilea II in Europa [2]).
La diminuzione dell’indice in Europa secondo molti studiosi sarebbe da collegare alle tecniche di ottimizzazione del rischio rese possibili dalla maggior flessibilità della regolamentazione di Basilea II. Grazie alla granularità delle categorie di rischio definite, le banche europee sono state in grado di applicare dei pesi per il rischio più favorevoli, riuscendo così a rispettare i requisiti di capitale richiesti. Tuttavia questa ipotesi non è stata ancora propriamente verificata empiricamente a causa della recente adozione dei modelli interni in Europa.
Un’ulteriore prova dell’esistenza di divergenze tra i paesi può essere fornita dai grafici sottostanti. Questi evidenziano la presenza di ampia variabilità tra il rapporto rischio-attivo totale. La figura di destra presenta il valore medio anno per anno dell’indice RWA/TA per ciascuna delle 201 banche europee e americane e lo compara al valore medio di tutte le banche anno per anno. Come si può vedere la distribuzione è eterogenea e varia da un minimo di 0.1 ad un massimo di 1. La figura di sinistra compara le osservazioni banca-anno con il valore medio di ciascuna banca negli anni del campione. La figura sottolinea la presenza di una significativa variabilità temporale.
Figura 2. Variabilità dell’indice di densità al rischio tra banche e nel tempo
3. Divergenze e convergenze
Per poter delineare un trend globale circa la propensione al rischio delle banche localizzate in Europa e in America si completa l’analisi con una rappresentazione grafica delle singole componenti dell’indice di densità. Dall’evidenza nelle figure sottostanti si può osservare come il fattore che guida principalmente le variazioni nel rapporto rischio-densità sia quello del RWA (-10% per il RWA e -5% per il TA dal 2010 al 2013 in Europa, +15% RWA e +10% TA in America).
Figura 3. Analisi dei componenti del rapporto rischio-densità
Quello che è importante sottolineare è che mentre per le banche americane il livello di rischio aumenta, in Europa, conseguentemente la crisi finanziaria, la propensione ad assumere rischi è in netto calo.
Le divergenze nei livelli di RWA dovrebbero andare a ridursi con l’adozione di Basilea III che verrà implementata uniformemente da banche europee e americane entro il 2019.
Fonti:
[1] Basel Committee on Banking Supervision, 2004, “International convergence of capital measurement and capital standards – A Revised Framework”, Bank for International Settlement publications, pp. 1-239.
[2] BCBS, Settembre 2011, “Progress report on Basel III implementation”, Bank for International Settlements Progress reports, pp. 1-8.
[3] Beltratti, A., Paladino, G., 2013, “Banks risk weights and cost of equity”, pp. 1-46.
[4] Cannata, F., Casellina, S., Guidi, G., 2012, “Inside the labyrinth of Basel risk-weighted assets: how not to get lost”, Questioni di Economia e Finanza, No. 132, pp. 1-39.
Sono stati pubblicati i risultati della ricerca ‘Euro Money Market’ del 2014, che si occupa dei principali sviluppi del mercato monetario europeo. Risultati confortanti arrivano sia dai mercati non garantiti, con aumento della liquidità richiesta del 54% e di quella prestata del 24%, nonché aumento dell’efficienza percepita, che in quelli garantiti.
Il Financial Stability Board (FSB) ha pubblicato un Regulatory Framework Haircuts on Non-centrally Cleared Securities Financing Transactions. Questo regolamento ha la finalità di ridurre i rischi connessi al c.d. shadow banking attraverso operazioni di finanziamento tramite titoli. Il regolamento tiene conto della consultazione pubblica del 20 agosto 2013.
La Banca d’Inghilterra ha pubblicato un documento di consultazione sulle società di assicurazione. Questo docuemnto contiene proposte di modifica al Prudential Regulation Authority’s (PRA’s), regolamento che contiene la disciplina in materia di assicurazioni.
Nicola obtained an undergraduate degree from Bocconi University (2001) in Mathematical Finance. He died in 2007 in a traffic accident in Sydney, while he was completing his PhD thesis at the University of Technology. At that time, he was also cooperating with the Quantitative Finance group of the Department of Mathematics of the Politecnico di Milano.
In order to commemorate Nicola, his family and the Department of Mathematics of the Politecnico di Milano offer an annual prize of E3.000 for the best doctoral thesis to be selected by a Committee appointed by the Bachelier Finance Society.
Theses defended in 2013 and 2014 must be submitted no later than January 31st, 2015.
The call for scholarship can be downloaded from the QFinLab web-site (www.mate.polimi.it/qfinlab) or at the following urls


