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Articolo pubblicato su Avvenire in data 10 novembre 2017

Come era facile prevedere, sono volati gli stracci ieri in Commissione d’inchiesta sulle banche. Non un bello spettacolo. Il motivo è molto semplice: la vigilanza sui mercati finanziari e sulle banche è una questione molto tecnica. Salvo errori o misfatti macroscopici è molto difficile stabilire in modo oggettivo chi ha ragione e chi ha torto. I documenti e gli atti parlano (spesso) in modo chiaro, ma qui non stiamo parlando di un omicidio, insomma è difficile trovare la pistola fumante.

Meno male che alla fine hanno almeno deciso di risparmiarci il confronto all’americana. Lo strumento è sbagliato, ma ciò non vuol dire che le autorità di vigilanza non debbano rendere conto alle autorità politiche del loro operato: succede in tutti i Paesi seri e questo non è stato fatto a sufficienza in passato in Italia. Usciamo dalle secche delle responsabilità su fatti specifici, che andrebbero contestualizzati ricordando che i fatti riguardano un periodo in cui le banche saltavano come birilli in giro per il mondo, e cerchiamo piuttosto di trarre qualche considerazione su ciò che non va. In primo luogo, è indubbio che le autorità di vigilanza non sono state efficaci nella loro azione.

Le autorità debbono prevenire le crisi e ciò non è successo, quindi sono per definizione responsabili (non necessariamente colpevoli). Dalle carte emerge che le autorità hanno difettato sia sui tempi di reazione, sia per le misure adottate. Di fronte a banche in cui regnava il caos organizzativo o in cui si compivano misfatti, l’autorità di vigilanza è stata incapace di mettere in atto un cambiamento tempestivo di management e di condotta: a distanza di mesi (se non di anni) i manager hanno continuato a fare come volevano.

Questo significa due cose: gli strumenti per intervenire erano inadeguati e/o la capacità persuasiva delle autorità (che pure è stata esercitata) era limitata. C’è ovviamente anche la possibilità che abbiano chiuso un occhio, comunque sia il loro prestigio ne esce ammaccato. La seconda considerazione è che le autorità troppo spesso si sono adagiate su una linea di difesa che non è più sostenibile: il fatto che le regole fossero soddisfatte.

È successo con i rendimenti delle obbligazioni bancarie fuori mercato, a condizione che i rischi fossero ben descritti nei prospetti informativi, è successo con l’approvazione della fusione Mps-Antonveneta che soddisfaceva i vincoli patrimoniali. Occorre che le autorità entrino nel merito assumendosi la responsabilità di scelte difficili, come di fatto sta facendo la Banca centrale europea sui crediti deteriorati. L’importante è che rispondano delle loro scelte (nelle forme dovute) a un’autorità politica come il Parlamento. La terza considerazione è più profonda e riguarda lo scontro ’’ideologico’’ tra Banca d’Italia e Consob. Il punto riguarda il confronto tra tutela del risparmiatore (e del mercato) e stabilità del sistema finanziario.

Facciamo un esempio: una banca è in difficoltà sul fronte della liquidità. Cosa conviene fare? L’autorità di vigilanza tiene la notizia riservata e cerca di sostenere la banca cercando un cavaliere bianco che la salvi, oppure comunica l’informazione ai risparmiatori? La risposta a prima vista potrebbe essere la seconda, così facendo però è assai probabile che avremmo una coda di risparmiatori che cercano di ritirare i loro depositi e la banca andrebbe a carte quarantotto. La riservatezza è un bene prezioso e i processi pubblici non risolvono i problemi. Il tema si è posto in Italia sulle obbligazioni bancarie: le banche avevano bisogno di collocare le loro obbligazioni sul mercato (e anche presso i risparmiatori) per risolvere i loro problemi sul fronte della liquidità.

Argomento più che corretto per garantire la stabilità del sistema, il problema è che lo hanno fatto a condizioni non di mercato. È indubbio che tra i due obiettivi, stabilità finanziaria e tutela del risparmiatore, si è data la precedenza per lungo tempo al primo. Ora però un nuovo e giusto equilibrio deve essere trovato su questo fronte. C’è solo da augurarsi che, passata la buriana della caccia ai responsabili, i nostri politici e i nostri tecnici si mettano seriamente all’opera.

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