L’evoluzione della struttura dei consigli di amministrazione delle società quotate italiane dopo la crisi
a cura di Emilio Barucci e Davide Stocco

Nov 05 2021
L’evoluzione della struttura dei consigli di amministrazione delle società quotate italiane dopo la crisi a cura di Emilio Barucci e Davide Stocco

La struttura degli organi sociali delle società quotate italiane ha subito diversi cambiamenti dal 2008 ad oggi.

Partiamo dalla dimensione del Consiglio di Amministrazione (CdA). Il numero di componenti dei CdA registra in media una diminuzione dal 2012 al 2016 arrivando a circa 9,5 amministratori per consiglio. In seguito, il numero di amministratori si riassesta su un valore medio di 9,8 amministratori per CdA, un dato di poco superiore a quello del 2008.

Le persone che compongono i CdA sono rappresentati per la maggioranza da uomini, ma le cariche ricoperte da figure femminili mostrano un incremento, soprattutto dal 2011 in avanti. Tale andamento deriva dall’adozione della legge Golfo-Mosca (12 luglio 2011, n. 120) che prevede che il genere meno rappresentato nei CdA e nei Collegi Sindacali delle società quotate in borsa e delle società a controllo pubblico ottenga almeno il 30% dei membri (innalzata poi al 40% nel dicembre 2019). Nel dettaglio, il numero medio di donne all’interno dei CdA passa dal 6,4% del 2008 al 38,7% del 2020. Questo incremento è costante durante tutti gli anni considerati nell’analisi.

Un altro aspetto rilevante è il fenomeno dell’interlocking degli amministratori, ossia il fatto che una persona detenga più di una carica in società quotate. Un fenomeno che è spesso individuato come sintomo di cattiva governance. La percentuale di amministratori con una sola carica registra un aumento di 1,5 punti percentuali rispetto gli anni precedenti dal 2008 al 2015 (passando dall’82,5% all’84%), per poi ridiminuire all’81% nel triennio 2018-2020. Il fenomeno della numerosità di incarichi assegnati ad un amministratore è divenuto quindi meno rilevante negli anni 2008-2015, con una successiva inversione di tendenza dal 2018 in avanti che ha portato a livelli più elevati di quelli del 2008. Questo fenomeno è confermato dall’analisi della percentuale di amministratori che rivestono almeno due cariche negli organi sociali. La percentuale di amministratori che rivestono due cariche passa dall’11% nel 2008 al 14% nel 2019 e 2020.  Al contempo, la percentuale di amministratori con tre cariche diminuisce di un punto percentuale dal 2008 al 2020, passando dal 4% al 3%, così come la percentuale di amministratori con quattro o più cariche che diminuisce e si attesta attorno all’1%. Il fenomeno del cumulo di incarichi è diventato quindi più rilevante negli ultimi tre anni ed è dovuto principalmente a persone che rivestono due cariche negli organi sociali. Il fenomeno di amministratori che detengono tre o più cariche – il vero problema da un punto di vista di governance – tende invece a diminuire di rilevanza.

Il fenomeno del cumulo di incarichi è diminuito tra gli uomini e, parallelamente, è cresciuto tra le donne. Nel 2020 il 23% delle amministratrici di sesso femminile aveva più di una carica a fronte di solo il 16,6% degli amministratori di sesso maschile. Questo fenomeno è probabilmente da ascrivere alla platea limitata delle donne potenziali amministratrici e alla contemporanea applicazione del dettato normativo.

Un altro punto interessante di analisi è il fenomeno del turnover degli amministratori. La percentuale di amministratori non soggetti a rinnovo ha subito un aumento con una successiva diminuzione a partire dal 2008. Nel 2020 il 15,9% delle cariche amministrative sono state assegnate a persone diverse dal precedente anno. Poiché solitamente le cariche hanno una durata di tre anni, se ogni anno venissero riassegnate le cariche a nuove persone, si dovrebbe osservare un turnover pari al 33%. La differenza osservata implica che circa la metà delle cariche rinnovabili viene riassegnata alla stessa persona.

Concludiamo l’analisi esaminando la componente di amministratori di minoranza e indipendenti presenti negli organi sociali delle società quotate italiane. La percentuale di amministratori di minoranza (eletti in liste di minoranza) aumenta dal 2008 al 2020, passando dal 4,1% al 9,6% della popolazione degli amministratori. Gli amministratori di minoranza sono principalmente associati a società i cui primi azionisti sono rappresentati di Enti Pubblici (EP), Persone Fisiche (PF) e Società per Azioni (SPA).

Nel 2020 la percentuale di amministratori indipendenti è pari al 51% della popolazione degli amministratori. Il dato ha subito una forte crescita dal 2008 al 2020. Più precisamente, nel 2008 gli amministratori indipendenti erano il 38,4% della popolazione degli amministratori, mentre nel 2020 la quota ha superato la metà della popolazione. Questo risultato è positivo in quanto gli amministratori indipendenti hanno la responsabilità di sovraintendere alla buona governance della società in quanto liberi da potenziali conflitti di interesse.

Considerando la partecipazione degli amministratori indipendenti all’interno dei comitati (Nomine, di Retribuzione e Controllo Rischi) si osserva che la percentuale degli amministratori indipendenti aumenta. Essa risulta essere pari all’80,6% per il Comitato Nomine, al 79,6% per il Comitato Remunerazione e all’85,7% per il Comitato Controllo Rischi. Intersecando questo risultato con il numero di amministratori di minoranza si osserva che il 14,9% degli amministratori indipendenti presenti nel Comitato Nomine è anche di minoranza. Simili risultati si ottengono per gli altri due comitati: rispettivamente il 14,8% per il Comitato di Remunerazione e il 13,6% per il Comitato di Controllo Rischi.

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